Scuola e pagelle, se i voti sono necessari ma non misuranole reali potenzialità dei ragazzi

Mario Sorrentino • 3 giugno 2024

La valutazione non può più identificarsi con la misurazione del sapere, con la selezione dei possessori del sapere; deve essere formativa, cioè strumento della formazione. Va fatto, per così dire, un capovolgimento temporale: la valutazione da operazione finale diventa iniziale e continua; si valuta l'alunno al suo ingresso per accertare le sue condizioni; si valutano e selezionano gli scopi da prefiggersi, si valutano e verificano in itinere i percorsi; si valutano le eventuali modifiche da apportare nell'intervento didattico; si valuta e verifica tutta l'azione di insegnamento-apprendimento al momento finale. In sintesi, la valutazione è continua e deve essere sempre collegata alla programmazione, come verifica e miglioramento del lavoro svolto dall'insegnante.

di Mario Sorrentino


Una scuola dell'obbligo giusta privilegia l'eguaglianza delle opportunità, senza seguire precocemente criteri meritocratici che portano a scambiare per meriti quelle che sono diseguaglianze dovute agli ambienti sociali di sviluppo, bensì deve garantire l'uguaglianza delle opportunità formative, assicurando a tutti il raggiungimento delle conoscenze e delle competenze fondamentali per poter partecipare alla pari ai gradi più alti della formazione. La scuola deve occuparsi quindi di sviluppo in termini di espansione delle libertà sostanziali degli esseri umani e, per fare ciò, anche le scelte legate alla valutazione, nei suoi criteri, nei suoi mezzi e nei suoi tempi, giocano un ruolo importante e possono fare la differenza: la scelta della metodologia valutativa coincide con una determinata idea di scuola.


Pertanto, la valutazione non può più identificarsi con la misurazione del sapere, con la selezione dei possessori del sapere; deve essere formativa, cioè strumento della formazione. Va fatto, per così dire, un capovolgimento temporale: la valutazione da operazione finale diventa iniziale e continua; si valuta l'alunno al suo ingresso per accertare le sue condizioni; si valutano e selezionano gli scopi da prefiggersi, si valutano e verificano in itinere i percorsi; si valutano le eventuali modifiche da apportare nell'intervento didattico; si valuta e verifica tutta l'azione di insegnamento-apprendimento al momento finale. In sintesi, la valutazione è continua e deve essere sempre collegata alla programmazione, come verifica e miglioramento del lavoro svolto dall'insegnante.


A potenziare questo intreccio è la collegialità della valutazione che trova la sua massima espressione nei team e nei consigli di classe, vero "centro motore" di tutta l'attività formativa e didattica di una scuola, in cui le singole individualità devono comporsi, con la possibile mediazione del capo d'istituto, in una superiore integrazione di volontà. Inoltre, la normativa in merito pone l’attenzione anche sull’autovalutazione, ribadendo la finalità formativa ed educativa della valutazione che concorre al miglioramento degli apprendimenti e al successo formativo, documentando lo sviluppo dell’identità personale e promuovendo l’autovalutazione di ciascuno in relazione alle acquisizioni di conoscenze, di abilità e di competenze.


Attraverso l’autovalutazione gli studenti non solo diventano maggiormente responsabili della loro crescita educativa, ma sviluppano riflessività, acquisendo autonomia nello studio, grazie alla motivazione innescata.


Anche nel rapporto scuola-famiglia la valutazione rappresenta una sorta di cartina tornasole, che evidenzia la crisi profonda di una alleanza educativa più dichiarata che reale. Ricordo sui giornali episodi emblematici di aggressioni verbali e fisiche da parte di padri e madri, a seguito di cattive valutazioni dei loro figli. Si tratta della punta di un iceberg che chiama in causa il rapporto d’autorità, dentro e fuori la scuola, o meglio la crisi di quel rapporto. Sono in crisi le relazioni tra adulti e giovani, frequentemente percepite come simmetriche. D’altro canto le famiglie affrontano l’impegno educativo in una società, non solo in continua trasformazione, ma anche densa di nuovi pericoli; si pensi alle dipendenze che i giovani possono sviluppare a diversi livelli (dalle sostanze, ma anche dai media...), al senso di precarietà diffuso, alla percezione della precarietà del futuro. Accade talvolta che i genitori si rivolgano alla Scuola non come ad una istituzione pubblica con una propria storia, autonomia e direzione, ma come un servizio a propria disposizione, e come tale la trattino. Il periodo che stiamo attraversando ha posto la Scuola ad un bivio e dalla strada che verrà intrapresa, tra il mercato e la democrazia, dipende l’identità e la funzione che essa intende svolgere nel presente.


Tali questioni, appena accennate, ci interessano in rapporto alla nuova fatica che i docenti fanno oggi riguardo il doversi giustificare di ogni azione educativa con le famiglie che in passato non si rilevava. Da quanto sopra, sono venute in evidenza delle azioni di miglioramento possibili: una più calibrata strutturazione del percorso formativo iniziale dei docenti dando centralità alle problematiche valutative; la condivisione collegiale di criteri valutativi, finalizzata al riconoscimento di attitudini e potenzialità da sviluppare negli studenti; il confronto strutturato in piccoli gruppi di lavoro, per proseguire nello studio e mantenere vivo il rapporto fra teorie e pratiche; la cura della comunicazione sia rispetto agli allievi, quali diretti interessati da coinvolgere in impegni di miglioramento, che alle loro famiglie. Queste azioni, direzioni d’impegno, riconducono al senso del fare scuola e possono portare ordine al sistema educativo nel suo complesso, determinando una visione più articolata dello sviluppo dei percorsi umani.


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