"Non è più solo il mio giardino": Totò Caprioli si racconta
I Nostri Miti – Settima Edizione. Dal 18 giugno al 23 luglio, tutti i giovedì nel Giardino dei Miti a Pomigliano d'Arco

di Felice Massimo De Falco
C’è un momento preciso in cui un sogno smette di appartenere solo a chi lo ha sognato e diventa di tutti. Per Totò Caprioli quel momento si ripete ogni anno, ma quest’anno ha il sapore della maturità. Siamo alla settima edizione de I Nostri Miti, il festival nato in un giardino intimo e segreto che, anno dopo anno, ha spalancato i suoi confini fino ad assumere un respiro nazionale.
Non è un festival come gli altri. Non nasce da un regista o da un attore, ma dall’intuizione appassionata di un uomo che ha deciso di creare uno spazio dove il teatro torni a essere incontro umano, emozione condivisa e “eroica disTrazione” dal rumore del mondo.
Quest’anno il festival si arricchisce della presenza di Luciano Melchionna e delle sue eroiche disTrazioni, e di un rituale nuovo: prima di ogni spettacolo, la musica dal vivo accoglie il pubblico preparandolo alla magia.
Ho incontrato Totò Caprioli per fargli dieci domande che scavassero nella sua fantasia, nella visione e nella passione che stanno dietro a questo progetto così speciale.
1. Nel testo di presetazione dell'evento parli di quel momento preciso in cui un sogno smette di appartenere solo a chi lo ha fatto e diventa di tutti. Qual è stato, per te, il primo istante in cui hai sentito fisicamente che “I Nostri Miti” non era più solo tuo?
«È un ricordo che porto sottopelle. C’è stato un momento preciso, durante una delle scorse edizioni, in cui mi sono fermato a guardare dietro le quinte. Non ho visto solo persone che lavoravano, ho visto occhi che brillavano della mia stessa ansia e della mia stessa gioia. Ho visto la squadra assumersi la responsabilità di ogni singolo dettaglio, con quel perfezionismo quasi sacro di chi vuole che tutto sia impeccabile, non perché “deve”, ma perché ci crede. In quel momento, nel vedere il gruppo muoversi come un unico organismo protettivo attorno al festival, ho capito: “Ok, Totò, fai un passo indietro. Non è più solo tua creatura. Ora ha molte madri e molti padri, e cammina benissimo.” È stato l’inizio della libertà.»
2. Il festival è nato in un giardino segreto. Se quel giardino potesse parlarti oggi, dopo sette edizioni, cosa ti direbbe? E tu cosa gli risponderesti?
«Se quel giardino parlasse, credo che mi guarderebbe con la saggezza dei luoghi antichi e mi direbbe: “Grazie per non avermi tenuto solo per te. Avevo tutta questa grazia e questa bellezza da regalare, e tu hai tolto il lucchetto al cancello”. E io, con un pizzico di commozione, gli risponderei che un giardino così non poteva rimanere anonimo. Che la sua bellezza era un segreto troppo grande per non essere condiviso, e che ogni applauso che risuona tra le sue foglie è il nostro modo di dirgli grazie per averci cullato fin dal primo giorno.»
3. Tu non sei regista né attore, eppure hai creato un format che attrae artisti di grande livello. Qual è la qualità che riconosci in te stesso che forse i “professionisti” del teatro a volte dimenticano?
«L’immaginazione fervida, pura, quasi infantile, unita a una passione totale e viscerale per il teatro. A volte, chi fa questo di mestiere rischia di farsi imprigionare dalle regole, dai budget, dai tecnicismi o dai cinismi del settore. Io non sono un regista, non sono un attore, e forse la mia più grande fortuna è proprio questa: guardo il teatro con gli occhi dell’innamorato, non dello specialista. Gli artisti lo sentono. Sentono che qui non c’è un algoritmo culturale, ma un uomo che si emoziona ancora come la prima volta che si è aperta una tela. Non serve essere esperti per accendere un fuoco; serve avere la legna e saper soffiare sulla scintilla.»
4. Luciano Melchionna parla di “eroiche disTrazioni”. Qual è la distrazione più eroica che hai vissuto tu mentre costruivi questo festival?
«La mia “eroica disTrazione” è stata una scelta di sopravvivenza spirituale: ho dovuto deliberatamente distrarmi dall’invidia. Quando crei qualcosa che cresce e attira bellezza, inevitabilmente attiri anche gli sguardi storti, il chiacchiericcio di chi preferisce criticare anziché fare. Ecco, la mia scelta eroica è stata girare la testa dall’altra parte. Ho spento quel rumore di fondo, mi sono estaniato dalla mediocrità e ho tenuto lo sguardo fisso sulla visione. Mi sono distratto dal fango del mondo reale per rimanere pulito per il mio festival.»
5. Immagina di poter tornare al giardino del primo anno e lasciare una lettera a te stesso di oggi. Cosa scriveresti?
«Gli scriverei una lettera cortissima, forse di una sola riga: “Caro Totò, non avere paura e continua a crederci. Anche quando sembrerà troppo difficile, anche quando ti diranno che è solo un’utopia da cortile. Credici, perché un giorno quel giardino diventerà il centro del mondo per tante persone.” E poi gli direi di godersi ogni singolo istante, perché la fatica passa, ma la meraviglia resta.»
6. Qual è il mito personale di Totò Caprioli che stai ancora cercando di incarnare o di sciogliere attraverso questo festival?
«L’Umanità. Con la ‘U’ maiuscola. Viviamo in un’epoca che tende a disumanizzarci, a renderci schermi, numeri, fazioni. Attraverso questo festival io cerco disperatamente di incarnare e proteggere il mito dell’incontro umano. Voglio che “I Nostri Miti” sia un porto franco dove le persone si guardano negli occhi, si stringono la mano, si emozionano insieme. Il mio mito personale è la riscoperta dell’altro. Se riesco a far sentire le persone un po’ più vicine e un po’ più umane anche solo per la durata di una sera, allora ho sciolto il mio enigma.»
7. Se potessi scegliere una sola canzone o un solo suono che rappresenti l’essenza di tutta la rassegna, quale sarebbe e perché?
«Senza dubbio: “Dreams” dei The Cranberries. Ha quel ritmo che parte da dentro, quella melodia che ti prende per i capelli e ti solleva da terra. È una musica che ti trasporta altrove, che spalanca le finestre dell’anima e ti dà il permesso di sognare a occhi aperti. Quando parte quel pezzo, senti che tutto è possibile. È l’esatta colonna sonora del nostro viaggio: un’onda di energia che ti prepara a staccare i piedi dal suolo.»
8. Sette è un numero potente. Cosa vorresti che questa settima edizione “maturasse” dentro di te e dentro il pubblico?
«Il sette è il numero dell’equilibrio e della maturità. Vorrei che dentro di me, e dentro il pubblico, maturasse definitivamente una mentalità aperta, capace di accogliere il nuovo senza pregiudizi. E per far fiorire questa apertura, c’è qualcosa che deve morire: la mentalità chiusa, quella del “si è sempre fatto così”, il provincialismo del pensiero, la paura del diverso o dell’innovazione. Spero che questa edizione sia il colpo di grazia per i vecchi schemi mentali, lasciando spazio a una fioritura libera e coraggiosa.»
9. Qual è la differenza profonda tra intrattenere e “distrarre eroicamente”?
«C’è un abisso filosofico tra le due cose. L’intrattenimento spesso anestetizza: ti fa passare due ore senza pensare, ti addormenta i pensieri. La “disTrazione eroica”, invece, ti sveglia. Ti distrae dalle piccolezze quotidiane per portarti al centro di te stesso. Ti fa riflettere, ti fa ridere e piangere contemporaneamente, esattamente come accade nella vita di tutti i giorni. Non è una fuga dalla realtà, è un tuffo più profondo nella realtà, ma con gli occhi della poesia. È l’arte di ridere del dramma e di commuoversi per una farsa.»
10. Tra vent’anni, cosa vorresti che le persone ricordassero di “I Nostri Miti”?
«Non mi importa che si ricordino il nome degli spettacoli o le date. Vorrei che tra vent’anni, sentendo nominare “I Nostri Miti”, a qualcuno venisse un brivido nostalgico e felice sul braccio. Vorrei che dicessero: “Lì ho respirato la Vita”. Vorrei che ricordassero il sapore del ritrovarsi, la scintilla di quella passione che legava tutti noi, l’emozione di aver fatto parte di una comunità di sognatori. Vorrei che lasciasse l’impronta di un ricordo felice, la prova tangibile che la bellezza, quando è condivisa, può davvero cambiare il colore delle nostre giornate.»






