"Radici" che diventano nettare degli Dei - Intervista a Piero Mastroberardino
Presentazione del volume edito da Solferino il 30 giugno a Vico. Piero Mastroberardino racconta i tre secoli di passione, sacrificio, visione di una delle più grandi famiglie del vino italiano. L'ottobre scorso il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella(suo cliente) gli ha conferito l'onoreficenza di Cavaliere del Lavoro.
In un momento di grande fermento per il mondo del vino italiano, Piero Mastroberardino — decima generazione alla guida di una delle cantine più antiche e prestigiose del Paese — ha pubblicato Radici. Storia di un’impresa familiare (Solferino), un libro che racconta tre secoli di passione, resilienza e visione. In vista della presentazione a Vico il 30 giugno, abbiamo avuto il privilegio di un colloquio ampio e sincero. Ne emerge il ritratto di un grande imprenditore, custode di una tradizione viva, che alterna ricordi familiari, aneddoti storici, riflessioni tecniche e una chiara visione per il futuro.
Piero Mastroberardino ci accompagna attraverso le radici profonde della sua famiglia e dell’eccellenza enologica irpina.
D.: «Nel suo libro “Radici. Storia di un’impresa familiare”, edito da RCS Solferino, racconta una storia che va indietro nel tempo fino agli inizi del Settecento. Qual è il momento o l’aneddoto familiare più antico che l’ha colpita di più durante la ricerca tra lettere e documenti, e come ha capito che quella era la vera identità di Casa Mastroberardino?»
R.: Di aneddoti che riguardino questioni familiari o aziendali in tre secoli di narrazione storica ve ne sono davvero tanti. Gli episodi che più colpiscono l’immaginazione si ritrovano nelle grandi traversate transoceaniche. Mio nonno Michele, dopo aver viaggiato – giovanissimo – in lungo e in largo in Nord America dagli inizi del ‘900, in seguito all’emanazione del Volstead Act, che nel 1920 introduce negli Stati Uniti il regime proibizionista sugli alcolici, nel 1921 intraprende una avventurosa traversata verso l’America Latina, aprendo i mercati di Argentina, Brasile e Uruguay. Durante il viaggio tiene un fittissimo scambio epistolare con i familiari, su base quotidiana. Nella lettera del 22 gennaio scritta dal piroscafo Principe di Udine racconta al fratello che i viaggi verso il Sud America sono assai diversi da quelli a cui è abituato verso il Nord America: il clima non è quello delle trasferte business, bensì di grande evento sociale animato da coloriti festeggiamenti di bordo, raccolte fondi per organizzare gare sportive, di canto, lotterie, sfoggio di toilettes di lusso da parte delle signore. Egli lamenta così che un viaggio di lavoro si tramuta in una bella speculazione sulla pelle dei passeggeri… Da queste prime radici avventurose emerge subito il carattere dell’azienda, forgiato da sfide epocali.

D.: «Dalla fondazione ufficiale nel 1878 fino al dopoguerra, la famiglia ha affrontato guerre, crisi, la filossera, emigrazioni e distruzioni. Qual è stato il sacrificio più grande che ricorda o che ha scoperto nel ricostruire la storia, e come ha forgiato il carattere dell’azienda?»
R.: La fondazione risale al primo ‘700, ma il 1878 è l’anno della formalizzazione presso l’albo degli esportatori della camera di commercio e del conseguente avvio delle spedizioni verso diversi Paesi esteri. Il momento più buio risale al ’43, con l’arrivo dei bombardamenti alleati nell’area e la realizzazione da parte della famiglia di un rifugio antiaereo in cantina, tuttora esistente. Mio padre, che allora aveva solo 15 anni, scrive in una lettera esposta nel nostro Museo familiare che, al termine delle giornate di incursione aerea, usciti dalle grotte di rifugio, il 3 ottobre 1943 andarono a fare la vendemmia. Penso che quel testo sia alquanto emblematico della vis imprenditiva che ha caratterizzato la storia della nostra azienda familiare. Questa resilienza si lega profondamente alla figura del padre.
D.: «Suo padre Antonio è stato definito “archeologo della vite” per aver salvato vitigni autoctoni come Aglianico, Fiano e Greco dopo la Seconda Guerra Mondiale. Quale aneddoto o lezione di vita di suo padre le è rimasta più impressa, e quanto ha influenzato il suo approccio alla decima generazione?»
R.: Mio padre, Antonio Mastroberardino, è stato un grande visionario, ritenuto uno dei quattro o cinque winemakers che hanno realizzato il rinascimento del vino italiano nel dopoguerra. Il suo principale insegnamento, verso di me, decima generazione, e verso le mie figlie, che rappresentano l’undicesima, è il messaggio culturale. In un’intervista che rilasciò nel settembre del 1984 a The Wine Spectator – la più importante testata al mondo nel vino – è contenuto il suo principio fondativo: “Quality is a question of culture. People who make wines must have culture. If you allow unprofessional people to make wine, they will denigrate the wine.” Questa visione culturale ha permesso successi straordinari sul palcoscenico mondiale.
D.: «Da produttore quasi unico di Taurasi di qualità negli anni ’60-’70 fino ad oggi, con vini come Radici Taurasi che invecchiano magnificamente, quali sono stati i momenti di maggiore soddisfazione nel vedere il mondo riconoscere i vini irpini come grandi rossi italiani?»
R.: Negli anni tanti sono stati i momenti di successo mondiale, con le straordinarie vendemmie 1961, 1968, 1971, 1977, … Ma la più grande soddisfazione è giunta proprio qualche mese fa, quando la importante rivista americana Wine Enthusiast ha eletto il nostro Stilema Taurasi Riserva DOCG miglior vino al mondo. È il più eclatante risultato che abbiamo raccolto ed è senza dubbio il portato di secoli di esperienza in questo difficile comparto produttivo.
D.: «I vostri vini sono presenti sulle tavole di capi di Stato, presidenti, personaggi della cultura e dell’enogastronomia internazionale da decenni. C’è un incontro o un feedback particolarmente significativo da parte di un grande della Terra (o di un sommelier stellato) che le ha fatto capire il valore globale di questi vini?»
R.: Gli episodi memorabili capi di Stato e Reali sono tanti. Tuttavia mi piace ricordare la frase che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella mi ha rivolto nel consegnarmi, lo scorso ottobre, l’alta onorificenza di Cavaliere al Merito del Lavoro. Mi ha detto: lei non lo sa, ma io sono il suo primo appassionato cliente. L’affermazione mi ha lusingato enormemente, soprattutto perché analoga espressione era stata rivolta a mio padre, Antonio, quando nell’ottobre del 1994 ricevette la medesima onorificenza dalle mani del Presidente della Repubblica dell’epoca, Oscar Luigi Scalfaro. Un segno di continuità non trascurabile… La qualità unica dei vini nasce da una precisa filosofia.
D.: «Cosa rende unici i vostri vini, soprattutto l’Aglianico del Taurasi, spesso chiamato “Barolo del Sud”? Quali sono i segreti tecnici, agronomici e filosofici – dal rispetto del terroir irpino alla vinificazione – che hanno permesso di mantenere una qualità così alta per oltre 140 anni?»
R.: La visione dell’uomo al centro del processo di innovazione e sviluppo: è questa la chiave di un cammino che dura nel tempo. La natura di per sé non è sufficiente a dettare le linee evolutive di un territorio, per quanto ad alta vocazione. È necessario operare scelte corrette sul piano agronomico e di cantina, in termini di interpretazione stilistica delle varietà e dei vini, comprensione dei fattori chiave con cui costruire il legame con il pubblico degli appassionati, coerenza nel tempo di scelte strategiche nel posizionare un prodotto, un territorio, un brand familiare nella mente del consumatore. Il mio bisnonno, Cavaliere del Re, Angelo Mastroberardino, ebbe nella seconda metà dell’Ottocento l’intuizione di collocare i suoi vini nella fascia più elevata di mercato, partecipando ai concorsi enologici internazionali e riportando successi che poi riverberarono i loro effetti sul lavoro dei decenni successivi. Suo figlio, mio nonno Michele, a inizio ‘900 fu capace di portare i vini d’Irpinia in tutti i continenti, reagendo a tanti eventi contrari come le guerre, le grandi crisi internazionali, il proibizionismo in America. È ancora una volta il segno di quell’intima forza che l’impresa familiare esprime e che la conduce ad essere resiliente nelle avversità e proattiva nel disegnare il futuro, anche a dispetto delle dimensioni strutturali, patrimoniali, finanziarie.
D.: «Nel libro emerge un intreccio tra storia familiare e grande Storia italiana ed europea. Qual è l’aneddoto più emozionante o inaspettato che ha deciso di raccontare (ad esempio legato a esportazioni, lettere da New York o episodi drammatici come il carico di vini del 1936), e perché lo ritiene emblematico?»
R.: Tra i tanti che narro nel volume, l’episodio che forse più colpisce l’immaginazione è il dirottamento, a settembre 1920, del piroscafo Cogne da parte dei legionari di Gabriele D’Annunzio durante l’impresa di Fiume, che trasportava un importante quantitativo di nostri vini verso l’Argentina. Quel carico fu portato a Fiume e vi rimase fino al pagamento del riscatto da parte di mio nonno Michele, il quale nel frattempo si era recato a Buenos Aires per curare i rapporti con i clienti rimasti insoddisfatti e negoziare la risoluzione di tutte le pendenze amministrative. È una narrazione che dura quasi un anno, dal settembre 1920 fino a giungo del 1921, quando Michele rientra a casa dopo aver definito la complessa vicenda e salvato le sorti aziendali. Parte di quel vino era stato nel frattempo consumato a Fiume, dove per altri vent’anni la presenza dei vini di Casa Mastroberardino restò molto forte e capillare, come documentano le lettere dei clienti dell’area fino alla II guerra mondiale. Guardando al futuro, tra evoluzione della vino-cultura e sfide contemporanee.
D.: «Oggi la vino-cultura sta cambiando: sostenibilità, cambiamento climatico, nuove generazioni di bevitori. Quali sono i nuovi orizzonti che immagina per i vini campani e per Mastroberardino, anche alla luce di progetti come i vini ispirati a Plinio o al recupero di antiche pratiche pompeiane?»
R.: Il mondo del vino è da sempre in continua evoluzione. Negli ultimi anni percepiamo alcuni cambiamenti più rilevanti sulle occasioni di consumo nelle diverse fasce di età. Questo deve stimolare gli uomini del vino a guardare più lontano, a continuare a lavorare per consolidare un settore che di grandi mutazioni ne ha attraversate già tante. La mia famiglia ha la fortuna, o ha avuto la lungimiranza, di conservare una library di bottiglie di nostra produzione che risale a un secolo fa. Questo enorme patrimonio di vini è una straordinaria opportunità proprio di analizzare i cambiamenti di impostazione tecnica e stilistica che sono stati introdotti da cent’anni a questa parte, pur nel rispetto dei vitigni, dei vini e delle denominazioni che caratterizzano la storia dell’Irpinia e della Campania, a testimonianza del fatto che una grande tradizione non può che essere il frutto di una capacità di leggere il futuro con anticipo e di farsi trovare pronti quando nuove condizioni si profilano all’orizzonte.
D.: «A un giovane produttore o a una famiglia che vuole intraprendere la strada del vino di qualità in Italia, quali tre consigli darebbe, basati sulla sua esperienza di imprenditore, professore universitario e custode di una tradizione secolare?»
R.: Il primo consiglio è di non improvvisare: il mondo del vino è complesso e richiede una preparazione culturale adeguata a far fronte alle diverse sue esigenze gestionali. Un passo azzardato o non adeguatamente meditato nel nostro ambiente può condannare a una rincorsa di un equilibrio aziendale per decenni, considerata la peculiare prospettiva temporale degli investimenti in viticoltura. Il secondo è di dotarsi di un bagaglio culturale, generale e specifico, adeguato all’intrapresa. Come diceva mio padre, per avere un ruolo di qualche significato nel mondo del vino bisogna aver rispetto per lo straordinario portato culturale del vino, e attrezzarsi per essere all’altezza. Il terzo è, alla luce dei primi due, di non abdicare al proprio ruolo di imprenditori. Troppi entrano nel vino immaginando di delegare il lavoro a consulenti tuttofare, che presentano pacchetti con soluzioni chiavi in mano. Questo approccio condanna chi lo adotta a non essere affatto un attore del mondo del vino, a restare marginale e a proporre sul mercato prodotti pensati da altri, spesso in cliché predefiniti messi a punto in serie per un pacchetto di clienti e dunque privi di qualsivoglia originalità e potenziale distintivo. La personalità di un vino è il frutto della personalità del suo ideatore. Se quell’idea è di un altro, l’atto dell’intraprendere non giunge a compimento.
D.: «Presentando il libro a Vico il 30 giugno, cosa vorrebbe che i lettori portassero a casa da Radici? E qual è il messaggio più importante che questa decima generazione vuole lasciare alle future generazioni della famiglia e del mondo del vino?»
R.: Il messaggio più importante è che siamo figli della nostra storia, che è affascinante e stimolante potersi “issare sulle spalle dei giganti” che ci hanno preceduto e hanno avuto la forza e il coraggio di tracciare un sentiero; che dobbiamo avere l’orgoglio delle radici della nostra terra e della nostra gente e porre a frutto questo straordinario patrimonio culturale che si accompagna a un contesto naturalistico d’impareggiabile bellezza. La decima generazione di famiglia Mastroberardino rende omaggio ai maggiori, a coloro che la hanno preceduta, e si pone al servizio della undicesima. Infine, il messaggio che il volume incorpora è che “Radici” non è la storia dell’impresa della mia famiglia: è invece la storia dello sviluppo e dell’internazionalizzazione del mondo del vino italiano nel suo insieme, raccontato e testimoniato attraverso le gesta di alcuni pionieri che hanno avuto la visione per delinearne il futuro.
La conversazione si sposta poi sui temi più tecnici della vinicoltura, dove emerge tutta la competenza di chi ha dedicato la vita alla vite.
D.: «L’Irpinia è caratterizzata da suoli vulcanici, argilloso-calcarei e altitudini importanti. Come influisce specificamente il terroir di Montemarano o di altre contrade sui profili dell’Aglianico nel Taurasi Radici – ad esempio sulla struttura tannica, sull’acidità e sulla capacità di invecchiamento – e quali pratiche agronomiche adottate per esaltare queste caratteristiche?»
R.: La nostra è un’azienda agricola, con tenute distribuite in tutte le aree più vocate dei diversi territori produttivi a DOCG e DOC d’Irpinia, con alcune propaggini nel Sannio. Gli investimenti nella ricerca in vigna e in cantina sono poderosi. Oggi la viticoltura di precisione è una realtà che ci consente di estrarre da ciascun micro-ambiente i caratteri distintivi più puri e identitari, ma anche di lavorare, come in antico, assemblando diversi caratteri micro-territoriali per esprimere in combinata la variegata complessità di ciascuna denominazione. Sul Taurasi DOCG abbiamo sviluppato tre progetti di Riserve in parallelo: Stilema, Radici e Naturalis Historia. Ognuno di essi è espressione di un diverso approccio in vigna a cui si associa una differente lettura tecnica di cantina. È entusiasmante porre fianco a fianco i tre vini della stessa vendemmia, per comprendere quanto importante possa essere la creatività e la capacità interpretativa dell’uomo nella realizzazione di un progetto di vino.
D.: «Per i vostri rossi come il Radici Taurasi utilizzate vinificazione classica in rosso con lunga macerazione e affinamento in barrique di rovere francese. Quali sono le scelte tecniche più importanti che fate in cantina (temperature di fermentazione, pressatura, tempi di macerazione) per ottenere eleganza e purezza varietale invece di potenza eccessiva, mantenendo lo stile tradizionale irpino?»
R.: Per Radici in realtà i legni utilizzati sono principalmente le botti tradizionali di grande dimensione, così come per Stilema. I legni piccoli di secondo passaggio sono invece dedicati all’elévage del Naturalis Historia, che ha un’impostazione differente. I tempi di macerazione negli ultimi decenni si sono gradualmente ridotti. Attualmente sono 15 giorni circa per Radici e Historia, solo 8 giorni per Stilema, con temperature operative un po’ più basse. È un ritorno agli stili sottili che caratterizzavano i Taurasi degli anni ’50, ’60 e ’70. Tutte queste scelte puntano a rendere sempre più agile ed elegante la cifra stilistica per tutti questi grandi rossi da invecchiamento, che non perdono nulla in termini di complessità e serbevolezza, ma acquistano enormi benefici in quanto a precisione, finezza e purezza di espressione territoriale. D’altronde, l’Irpinia è terra fredda di montagna, per cui i suoi vini non possono che esprimere questi caratteri, e quando non lo fanno vuol dire che l’interpretazione dell’uomo li ha allontanati da quell’identità.
D.: «Mastroberardino è stata pioniera nel recupero e nella valorizzazione di vitigni autoctoni come Aglianico, Fiano e Greco dopo la fillossera e la guerra. Quali sfide tecniche ha incontrato nel reimpianto e nella selezione clonale di questi vitigni, e quali differenze qualitative nota oggi rispetto alle pratiche del passato?»
R.: Le fasi di reimpianto si sono avviate nel secondo dopoguerra, poiché i vigneti avevano subito il duplice dannoso effetto della fillossera e dell’abbandono da parte di molti arruolati a causa del conflitto. Negli anni Sessanta e Settanta mio padre Antonio lavorò con grande impegno alla specializzazione colturale, riducendo pian piano l’impatto di varietà minori il cui ruolo di diluizione dei caratteri forti dei vitigni primari veniva meno per effetto della crescita della capacità tecnica nell’addomesticare lo scalpitante spirito di questi ultimi. Negli anni ’90 si sono poi avviate le prime attività di selezione clonale, ma è a partire dal 2000 che abbiamo realizzato il più importante progetto sul tema: la selezione di biotipi antichi di Aglianico pre-fillossera, che ci ha consentito dopo diversi anni di sperimentazione di condurre alla omologazione nel registro nazionale delle viti di un clone di Aglianico che porta il nome di mio padre, Antonio Mastroberardino, e che riporta in vita i caratteri originari del vitigno risalenti al periodo antecedente all’avvento degli innesti su vite americana.
D.: «In un contesto di cambiamento climatico che sta modificando maturazioni e acidità, quali pratiche sostenibili state adottando in vigna e in cantina (irrigazione, gestione del suolo, riduzione rame, ecc.) per preservare l’equilibrio e la tipicità dei vini irpini, soprattutto per i bianchi come Fiano e Greco che vivono di freschezza?»
R.: Malgrado tutto, non possiamo negare che l’Irpinia stia soffrendo molto meno del resto d’Italia gli effetti del cambiamento climatico. Mentre in diverse regioni ormai si raccolgono le uve a inizio agosto, la nostra terra ancora vendemmia i bianchi a ottobre e con i rossi giunge sino agli inizi di novembre. È l’ultima regione viticola d’Italia a raccogliere. Questo dato è emblematico di un terroir che gode dei benefici dell’orografia. Da esso partiamo per prevenire possibili maggiori problemi in futuro, lavorando con la viticoltura di precisione per ridurre di anno in anno l’impatto sull’ambiente, e con le tecniche agronomiche allo scopo di preservare condizioni di equilibrio biologico in campo onde consentire a ciascuna pianta uno sviluppo armonico ed equilibrato, in una prospettiva di lungo periodo. L’irrigazione è esclusa sul piano normativo, come è giusto che sia in una viticoltura di pregio, ma possiamo lavorare sulla gestione dei suoli in modo da mantenere l’umidità presente e consentire alla pianta di giovarsene. Il dono più importante che la nostra terra e i nostri vitigni ci consegnano è rappresentato dalle acidità molto elevate, un requisito distintivo assai potente nel garantire freschezza che consente di ottenere un profilo stilistico così vibrante.
D.: «I vostri vini, in particolare i Taurasi Riserva, sono noti per una longevità straordinaria, spesso oltre i 20-30 anni. Quali sono i fattori tecnici chiave – dal rapporto buccia/polpa dell’Aglianico, alla gestione dell’acidità, fino alle scelte di affinamento – che permettono questa evoluzione nel tempo, e come giudica l’annata attuale rispetto alle grandi storiche come 2008 o 2011?»
R.: Il potenziale di invecchiamento dei nostri Taurasi supera i cent’anni, come dimostrano le nostre bottiglie di un secolo fa che ancora sono in positiva evoluzione. Questo è un merito della natura, della varietà Aglianico e del suo straordinario gemellaggio con il terroir d’Irpinia. Sta a noi preservare quel potenziale lavorando in modo da preservare freschezza, lavorando sugli aspetti agronomici, gestendo con cura le epoche di raccolta, contenendo le macerazioni alla ricerca di equilibrio, governando le micro-ossigenazioni durante l’invecchiamento, pur lavorando su affinamenti straordinariamente lunghi rispetto ad altre zone di produzione. Basti pensare che le nostre riserve di Taurasi vanno sul mercato dopo circa 8 anni di affinamento, mentre le riserve dei bianchi Fiano di Avellino e Greco di Tufo sono rilasciate sul mercato dopo circa sei anni di cantina, il che rappresenta pressoché un unicum nel panorama dei vini bianchi. Tra le annate più recenti prediligo quelle caratterizzate da maggior freschezza, verticalità, essenzialità, come la 2016, nonostante altre vendemmie siano state agronomicamente di più facile gestione. Ma questo fa parte del gioco… Infine, un tema attuale che lega vino, territorio e turismo.
D.: Napoli sta vivendo una stagione fortunata dal punto di vista del turismo, ma i rischi di iperturismo sono abbastanza costanti. Chi arriva, tende a vedere ciò che già conosceva, in un certo senso “fotografa il pregiudizio” e talvolta la popolazione partecipa “recitando la parte di ciò che vuole vedere il turista”. Ma alcuni operatori agrituristici nel Sannio e nell’Irpinia stanno provando a proporre agli operatori crocieristici delle tappe per i loro clienti presso le aziende e i luoghi della produzione delle eccellenze enogastronomiche, con vantaggio di tutti: Napoli meno intasata, turisti più coccolati e che vedono cose diverse senza lunghe file e stress, ed economia della zona con un maggior ricavo. Ha partecipato, ci crede?
R.: Certo, è un’opportunità concreta su cui lavorare con approccio tecnico e senza improvvisazione. Non è facile costruire attrattori turistici dove mancano investimenti infrastrutturali orientati allo sviluppo turistico, eppure nelle aree interne i sensi dell’ospitalità e dell’accoglienza sono doti spiccate e diffuse, da cui si può partire per progettare e realizzare qualcosa che sia coerente con la qualità dei prodotti offerti da questi territori. Bisogna lavorare per diffondere cultura d’impresa e rendere gli sforzi congruenti verso un comune scopo connesso alle più interessanti vocazioni di ciascun territorio. Dal canto nostro abbiamo investito massicciamente nell’hospitality di alto posizionamento, realizzando un resort che accoglie due ristoranti, due strutture ricettive di pregio, wellness, golf, trekking e una serie di altri servizi. Abbiamo realizzato il MIMA, Museo d’Impresa Mastroberardino Atripalda, che espone atti, immagini e documenti di famiglia dal ‘700 al secondo dopoguerra, abbiamo aperto al pubblico il MAG, Mastroberardino Art Gallery, che raccoglie le opere d’arte che la famiglia ha collezionato nel corso del tempo, e stiamo lavorando ad un ulteriore progetto di biblioteca storica, in cui sarà esposta la collezione di testi antichi risalenti sino al ‘500, di proprietà della famiglia Mastroberardino. A questo si aggiungono le ordinarie attività di accoglienza, visita in cantina con degustazione, ecc. L’insieme di tutto quanto detto confluisce in ciò che definiamo “Mastroberardino Experience”, che ciascun utente può disegnare e comporre individualmente a sua misura, in base alle sue preferenze, attraverso una piattaforma online che gli consente di costruire l’esperienza più prossima alle sue aspettative. Oggi questo strumento ci consente di accogliere ogni anno le richieste di un numero di visitatori che è ormai prossimo alle 10.000 unità. Possiamo dunque con soddisfazione affermare che Mastroberardino Experience è già da sola una “touristic destination”.
Questa lunga conversazione rivela un uomo e un’impresa che incarnano il meglio della tradizione enologica italiana: radici salde, visione lungimirante e un amore profondo per la terra irpina. Un esempio luminoso per chiunque creda nel valore della cultura del vino







