Perchè cresce il pregiudizio anti-ebraico tra i giovani - di Mario Sorrentino

Mario Sorrentino • 4 ottobre 2024

I ragazzi di oggi hanno accesso in presa diretta ai conflitti in corso. Li raccontano e se li fanno raccontare senza filtri e tra un trend e l’altro e l’aspetto propagandistico, di una propaganda a senso unico che si auto-alimenta, rischia di creare un pensiero omologato che è l’opposto della complessità di approccio che richiedono le guerre. C’è insomma, nella retorica del Free Palestine, un problema di fonti informative dei giovani e un problema che richiama la cultura politica di molta intellighenzia italiana, ma non solo italiana, orientata al terzomondismo e alla critica continua all’Occidente ritenuto sempre il peggiore responsabile di tutto.

di Mario Sorrentino


In Italia, come in tutta Europa, si registra «una forte ripresa» dell'antisemitismo:scritte e svastiche disegnate sui muri di luoghi ebraici italiani, slogan antisraeliani davanti alle sinagoghe durante le manifestazioni degli studenti, striscioni e cori antisemiti negli stadi di calcio. Un fenomeno che riguarda, in particolare, i giovani e i giovanissimi. È quanto si legge nell'indagine conoscitiva approvata dalle commissioni Affari costituzionali ed Esteri della Camera.


Nell'indagine emerge la preoccupazione per un fenomeno che non è affatto sconfitto: «La diffusione dell'antisemitismo tra i giovani e i giovanissimi in tutta Europa, compresa l'Italia -rimarca il testo- è la questione di rilievo politico che deve destare maggiore allarme». Nei ragazzi, avverte l'indagine, l'antisemitismo tende a confondersi con la critica a Israele e al sionismo, per cui «l'ebreo immaginato si sovrappone all'immagine del soldato israeliano». Ma a dare la spinta al fenomeno sono soprattutto i social network.


A questo proposisto, la legge Mancino che di fatto ha determinato la sparizione di movimenti skinhead è uno strumento «inadeguato» rispetto al diffondersi di internet e dei social network.Le cause di questa rinascita possono, in Italia ma anche in altri Paesi come Ungheria e Grecia, essere spiegati dalla situazione sociale ed economica che stiamo attraversando. Storicamente nei momenti di crisi economica, che provoca invariabilmente tensione sociale, si sviluppano sentimenti di odio nei confronti delle minoranze verso le quali si sfoga la propria frustrazione.


Forse di aggressioni dirette non se ne sente più parlare molto, anche se, è bene ricordarlo, nel biennio 2011-2012 ci sono stati più di 70 attacchi vandalici a sinagoghe e cimiteri, ma la cosa veramente preoccupante è quanto avviene sul web. E' uno spazio senza controllo, su cui le stesse autorità hanno possibilità di intervento limitate, su cui i giovani passano molto tempo, proprio nella fase della vita in cui si formano una propria coscienza critica. C'è stato negli ultimi anni un aumento dell'antisemitismo proprio nei ragazzi in età da liceo, contestuale all'aumento di siti e blog antisemiti.


Hanno contribuito alla nuova diffusione di vecchi stereotipi, da quello sul controllo dei media, ai protocolli dei savi di Sion, addirittura al deicidio.L’atteggiamento dei giovani pro Palestina dipende anche dalle fonti d’informazione che frequentano. Pochissimi ragazzi leggono i giornali. Osservano il mondo attraverso lo smartphone e comprendono l’attualità per lo più attraverso frammenti di video. Nei quali abbondano quelli più estremi e più pieni di disprezzo per Israele (da qui anche i rischi di un nuovo anti-ebraismo diffuso e generalizzato anche presso i giovani non appartenenti a gruppi estremi di destra o di sinistra).


Si tratta insomma di una generazione di giovani più turbati dal cambiamento climatico che dal clima di odio che sta infiammando il mondo e di cui loro preferiscono vedere solo una parte. I social semplificano, attizzano le tifoserie, sono – quando vengono usati male, e questo accade spesso – disinformativi in un contesto, la guerra in Medio Oriente o quella ai confini della Ue, in cui serve un surplus di concentrazione sulle cose che si dicono, si vedono e si fanno vedere.


I Millennials sono cresciuti con le uniche immagini e voci dei campi di battaglia trasmesse dai telegiornali. Non c’erano i social, non c’erano gli smartphone, non c’erano Twitter anzi X. I racconti arrivavano dai giornalisti presenti sul fronte. Così si è vissuto per esempio il conflitto in Jugoslavia degli anni `90, a pochissimi chilometri dai nostri confini. Così è stato anche – pur essendo già realtà ma non dominante i social Facebook e YouTube – nelle guerre in Afghanistan e in Iraq.


Il racconto di gran lunga principale era ancora quello televisivo e dei media tradizionali. I ragazzi di oggi invece hanno accesso in presa diretta ai conflitti in corso. Li raccontano e se li fanno raccontare senza filtri e tra un trend e l’altro e l’aspetto propagandistico, di una propaganda a senso unico che si auto-alimenta, rischia di creare un pensiero omologato che è l’opposto della complessità di approccio che richiedono le guerre. C’è insomma, nella retorica del Free Palestine, un problema di fonti informative dei giovani e un problema che richiama la cultura politica di molta intellighenzia italiana, ma non solo italiana, orientata al terzomondismo e alla critica continua all’Occidente ritenuto sempre il peggiore responsabile di tutto.


Dal punto di vista culturale, sosteneva Joseph Schumpeter, il sistema capitalista ha realizzato due primati: il primo è che nessun altro sistema nella storia umana è riuscito a creare così tanti intellettuali; il secondo è che nessun altro sistema ha fatto crescere così tanti intellettuali schierati contro il sistema stesso. Ancora oggi la tendenza della cultura occidentale è questa: schierarsi all’opposizione di sé stessa.


E da questo punto di vista certi ragazzi, quelli che fanno più scena e vengono più inseguiti dai media e da certi partiti vogliosi di essere votati, rappresentano un’avanguardia. Non si tratta comunque di colpevolizzarli. Anzi è auspicabile, un vero atto di ribellione giovanile: contro i pensieri ricevuti e contro ogni conformismo.

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