Paolo Macry (storico): "Al PD manca la scelta tra massimalismo e riformismo"

Felice Massimo De Falco • 12 settembre 2022

Paolo Macry (storico): "Al PD manca la scelta tra massimalismo e riformismo"

- Il 25 settembre abbiano già un vincitore: il partito degli astenuti. Nessuno riesce a dare un buon motivo a questa categoria per andare a votare. Come mai?


Bisognerà vedere anzitutto quale sarà davvero la quota degli astenuti. E soprattutto se crescerà nel paese in modo uniforme. Dove sono gli “astensionisti”? Soprattutto nel Mezzogiorno? Napoli, in questo, ha inanellato primati davvero poco promettenti. Certo è che, oltre certi limiti fisiologici, l’astensionismo è lo specchio della grande crisi della rappresentanza del sistema politico. Si tratta di milioni di elettori che semplicemente non vogliono essere rappresentati.

 

 

- Il quadro si è polarizzato tra destra e sinistra, c’è un divario largo per ora tra i due, come Letta riuscirà a colmarlo?


Letta ha cercato di polarizzare il dibattito nell’alternativa destra-sinistra. Un tentativo di attirare a se la gran parte dell’opposizione alla destra. Dubito però che ci sia riuscito. Dopotutto si è parlato poco di fascismo e Resistenza (il che è certamente un fatto positivo). Gli italiani non voteranno per questi temi. Hanno ben altro a cui pensare, notoriamente.

 

 

- Cosa pensa del maquillage culturale della Meloni?


Ha mostrato certamente una dose forse imprevista di intelligenza politica e di cautela comunicativa. Non si dimentichi che il suo elettorato tradizionale è composto da un’opinione pubblica culturalmente conservatrice e, su certi temi, schiettamente “reazionaria”. La Meloni mi sembra che cerchi di riorientarla in senso liberale, accreditandosi anche di fronte ai “suoi” come una possibile premier “moderna”, mercatista, atlantista. Operazione non facile e non priva di contraddizioni.

 

- Ha senso oggi parlare di fascismo e antifascismo?


Non vedo l’attualità di una simile contrapposizione. Ma soprattutto penso che non la vedano gli italiani.

 

- Qual è il tema che manca alla sinistra?


Quel che manca storicamente è la scelta - mai avvenuta in modo stabile - tra massimalismo e riformismo, tra radici ideologiche comuniste e opzione liberale. Il Pd, come il Pds, come i Ds e naturalmente come il Pci, non ha mai saputo essere una formazione politica lib-lab.

 

- Approva la strategia di alleanze di Letta?


Il compito era effettivamente molto difficile, dati i pregressi rapporti “coniugali” tra Pd e M5s e data la composizione del gruppo dirigente del partito, ma la strategia di Letta ha finito per essere fallimentare. Nè con i grillini per un fronte anti-destra competitivo, nè con Calenda e i “moderati” per costruire un partito di centrosinistra. Ovvero la scelta paradossale di non essere nè populisti, nè riformisti. Una scelta di isolamento.

 

- Pesa molto l’economia: è già in corso uno tsunami sociale. Incombe la crisi energetica. Finora nessun partito offre soluzioni credibili. C’è penuria di classe dirigente?


Una classe dirigente esiste. Lo stesso governo Draghi, tutto sommato, metteva assieme il meglio della “società civile” e del ceto politico. Ottimi tecnici “tecnici”, apprezzabili ministri politici.

 

- In un contesto così polarizzato, ha spazio un Centro?


A me il contesto non sembra così polarizzato. Mi sembra di capire che milioni di elettori sono disorientati e incerti, più che polarizzati. E perciò non vedo impossibile l’avventura del “terzo polo”.

 

- Renzi e Calenda indicano Draghi come premier. Ma lei ci crede in un nuovo impegno di Draghi?


Difficile dirlo ora. Il governo Draghi è nato per rispondere a una emergenza politica e strutturale. Cosa potrebbe succedere se l’emergenza si ripresentasse (magari con diverse forme) mi sembra impossibile prevedere. Ma è anche vero che Draghi resta un punto di riferimento per l’opinione pubblica nazionale e internazionale. E che al Quirinale c’è sempre Mattarella.

 

- È stato un errore mandar via Draghi?


Un errore gravissimo, la svendita dell’interesse nazionale per i piccoli calcoli di bottega di Conte, Salvini e Berlusconi. Ma mentre non sembra che Conte pagherà elettoralmente il cinismo dell’operazione, Salvini e Berlusconi devono invece prepararsi a una sconfitta nelle urne. I loro elettori non sembrano disposti a perdonare la parte (fondamentale) che hanno avuto nella defenestrazione del governo. Di un ottimo governo.

 

- Su un tema tutti sembrano d’accordo, tranne gli alleati di Letta, Sinistra-Verdi: servono i rigassificatori. Come si reggerà quest’alleanza?


Quel che succederà nell’alleanza di sinistra sarà poco rilevante sul piano decisionale. Non sarà Letta (o chi gli succederà alla segreteria del Pd) e tanto meno saranno i Verdi a decidere la linea italiana su rigassificatori, trivelle, nucleare. Quanto a una ripresa dell’alleanza con i pentastellati e cioè con i Signori del No, non farebbe che aggravare la crisi del Pd e rendere ancora più dolorosa la sua fuoruscita dall’area di governo. Detto altrimenti, il Pd sta diventando il vaso di coccio del sistema politico. E i vasi di coccio rischiano di rompersi in mille pezzi. Diversi commentatori hanno già ragionato sulla possibilità che una sconfitta elettorale e una ripresa dell’alleanza con il M5s provochino l’implosione del partito.

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