Life on Mars? - La rubrica di salute mentale del dott. Vittorio Schiavone - Miriam e il camaleonte

Vittorio Schiavone • 5 marzo 2023

Life on Mars? - La rubrica di salute mentale del dott. Vittorio Schiavone -


Miriam e il camaleonte

“Non penso che ci andrò, mi sento a disagio”.

In quel “non penso” c’era più certezza che in un edificio di cemento armato. Miriam era una creatura deliziosa, sempre misurata e delicata a dispetto dei suoi pochi anni. O, forse, proprio in virtù di essi. Aveva speso la sua esistenza ad essere invisibile, mimetizzandosi con la pittura delle pareti da piccola e con le fattezze degli adolescenti, di poi. L’adolescenza, paradossalmente, era stato il periodo più semplice per lei: tutto ciò che doveva fare era imitare gli altri, omogeneizzarsi a loro. Ma si cresce, ahimè o per fortuna a seconda dei casi, e così si ritrovò a dover fare i conti nuovamente con il suo vecchio amico, quel disagio che si annida là proprio dove gli altri vivono e si divertono. Fobia sociale la chiamano, ma di sociale non ha proprio niente.

Ricordo la prima volta che venne da me, occhi bassi, vestita color studio. Feci fatica a distinguerla dalla poltrona, e fui costretto più volte a sforzare la mia miopia per non avere l’impressione, quando ammiccavo tra qualche parola e le altre, di stare parlando ad una stanza vuota. Se non fosse stato per i suoi occhioni blu più del blu, avrei avuto l’impressione di una seduta fantasma. La madre no, era tutt’altra cosa; avrei dovuto aprire anche le porte a scrigno per poterla contenere, almeno in parte, ma nulla avrei potuto per diluire nello spazio e nel tempo il suo profumo e la sua logorrea, non saprei dirvi quale delle due fonte più fastidiosa di emicrania. Non è che non la facesse parlare, era un gioco delle parti: una sorta di simbiosi mutualistica come per l’attinia ed il paguro bernardo. Solo che gli animali sono quel che sono e non hanno possibilità di cambiamento, mentre taluni esseri umani sì.

Così Miriam restava in silenzio ogni qual volta potesse, e scandiva il tempo con il suo smartwatch su cui impostava il conto alla rovescia. Lo faceva anche in seduta, sulle prime, per poi sviluppare quel senso del tempo terapeutico che è spesso una condanna, talvolta una liberazione. Non le avevo mai detto di alzare lo sguardo e di provare a guardarmi, sarebbe stato sciocco; in quella prospettiva c’era il suo mondo, e non aveva bisogno di un altro che le dicesse come fare ciò che lei avrebbe saputo benissimo fare, senza averne la forza. Un giorno, però, la vita mi venne in soccorso, e lo fece in una maniera del tutto inattesa. Mi sono sempre vantato di riuscire a mangiare in giacca e cravatta senza sporcarmi anche la bruschetta al pomodoro, ed il mio vanto sarebbe stato immacolato come la mia cravatta bianca se quel giorno uno schizzo di pomodoro, violando la legge di gravità ed altre leggi fisiche di cui non conosco neppure il nome, non avesse deciso di fiondarsi su di me, oltraggiando il candore del mio prezioso accessorio proprio nel suo centro, proprio in quel punto dove lo sguardo fisso di Miriam soleva posarsi per sfuggire allo sguardo mio. Lo notò subito, ed alzo di scatto gli occhi, rossa in volto di un rosso fantastico, di cui io avrei chiesto il copyright. Nel farlo, incrociò il mio occhio destro, molto spesso costretto da uno sforzo sovrumano a restare dritto e per l’occasione lasciato libero di andare per i fatti suoi, un po’ perché la mia dirimpettaia non guardava mai ed un po’ perché volevo che capisse. Cosa? Che non vive soltanto chi non ha un disagio, ma anche chi prova a vivere nonostante esso.

“È una macchia terribile, non trovi? Eppure andrà via, mentre per il mio occhio no, non c’è niente da fare”.

“Cos’ha?”, mi chiese con lo sguardo che saliva e scendeva, disorientato per non saper dove fissarsi ed un po’, anche, perché rincuorato dal male comune, che qualche volta è mezzo gaudio.

“Una macchia di sugo sulla cravatta, il pensiero che tutti la notino, anche quelli che non esistono e che non incontrerò mai. Una terribile macchia di sugo che potrebbe mettermi a disagio, se solo non avessi imparato che il disagio è nei miei occhi, anzi, in quello non buono. Ma ti riferivi a questo, forse? E mica ci faccio più caso! Lo sai che alle donne con cui sono stato ha fatto sempre simpatia, e che lo trovavano delizioso?”.

“È simpatico, infatti”, ed accennò un sorriso.

 “Se mi prometti che ci penserai seriamente di andare alla cena con le tue amiche, te lo presto”. Rise di gusto. Una risata così dolce e bella che il mio occhio destro decise di restare lì dov’era, per tutta la seduta di quella sera.

Moriam e il camaleonte

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