Il mito dei Borbone - Un libro che smaschera i pifferai magici del revisionismo storico - di Anna Poerio

Anna Poerio • 23 agosto 2024

«Il meridionalismo astorico dei pifferai magici che guardano al passato è privo di sostanza», scrive Andrea Mammone, docente di Storia all’Università La Sapienza di Roma, autore del libro Il mito dei Borbone. Il Regno delle Due Sicilie tra realtà e invenzione, edito da Mondadori, 2024. Un documentato saggio che analizza il fenomeno del neoborbonismo mettendo in evidenza l’inconsistenza e le distorsioni delle controstorie sul Risorgimento rapidamente e indebitamente moltiplicatesi negli ultimi anni a causa dell’abbandono del Sud e delle attuali condizioni politiche ed economiche. Queste pretestuose narrazioni, che parlano di un immaginario Regno delle Due Sicilie prospero e felice, in linea con le tendenze populiste odierne, sfruttando le paure e i malumori popolari, spingono al vittimismo e scaricano «le responsabilità su un nemico (immaginario o reale), offrendo soluzioni facili a problemi complessi».

di Anna Poerio


«Il meridionalismo astorico dei pifferai magici che guardano al passato è privo di sostanza», scrive Andrea Mammone, docente di Storia all’Università La Sapienza di Roma, autore del libro Il mito dei Borbone. Il Regno delle Due Sicilie tra realtà e invenzione, edito da Mondadori, 2024. Un documentato saggio che analizza il fenomeno del neoborbonismo mettendo in evidenza l’inconsistenza e le distorsioni delle controstorie sul Risorgimento rapidamente e indebitamente moltiplicatesi negli ultimi anni a causa dell’abbandono del Sud e delle attuali condizioni politiche ed economiche. Queste pretestuose narrazioni, che parlano di un immaginario Regno delle Due Sicilie prospero e felice, in linea con le tendenze populiste odierne, sfruttando le paure e i malumori popolari, spingono al vittimismo e scaricano «le responsabilità su un nemico (immaginario o reale), offrendo soluzioni facili a problemi complessi».


Evitando di citare le vere cause del divario tra nord e sud, già preesistente all’Unità d’Italia, i neoborbonici infondatamente fanno risalire le origini di tutti gli attuali mali del Meridione alla spedizione garibaldina e all’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia. Nella loro fantasiosa visione il più grande complesso siderurgico della Calabria, Mongiana, sarebbe stato volutamente lasciato decadere per favorire l’industria settentrionale. Essi considerano eroi i briganti promuovendo giornate del ricordo per le presunte vittime borboniche, ma volutamente dimenticano i numerosissimi patrioti risorgimentali meridionali, schierati contro l’assolutismo monarchico, perseguitati dai Borbone, perché costoro non sono «funzionali alla narrazione della colonizzazione e dello sfruttamento».


Le istanze democratiche di sovranità popolare e il desiderio di modernizzazione politica delle élites meridionali non trovano spazio nei libri dei revisionisti: «glissando su queste importanti storie di malessere e di spinte patriottiche, i neoborbonici possono rivendicare la grandeur perduta e costruire una memoria collettiva funzionale all’identità dei simpatizzanti e alla loro retorica risorgimentale». Diversamente da quanto narrato dai neoborbonici, «non esisteva nessuna Borbonia felix e, al netto degli errori e dei divari, l’unificazione fu un evento di grande portata con benefici per l’ex regno borbonico». Mammone chiede: «Perché molti cittadini meridionali parteciparono ai moti liberali? Se il regno fosse stato così ricco, cosa li avrebbe spinti alla ribellione?» Ovviamente a queste domande è facile rispondere.


Lo storico calabrese afferma che alcuni spunti del libro sono nati durante gli anni di dottorato in cui, oltre alla storia transnazionale e al nazionalismo, egli sviluppò «un interesse particolare per l’uso pubblico della storia e per i meccanismi grazie ai quali certi gruppi politici e correnti intellettuali costruiscono o influenzano le memorie collettive». Altre riflessioni si sono intrecciate «con la conoscenza personale e diretta di alcuni luoghi e delle leggende nate intorno a essi e ascoltate per anni».




I sedicenti revisionisti storici, che si ispirano a varie correnti antirorgimentali e all’insussistente antirisorgimento papale e cattolico diffusosi tra il 1861 e il 1866 (anni in cui Francesco II di Borbone formò un governo in esilio a Roma fomentando il brigantaggio con la speranza di riconquistare il regno perduto) e supportato all’epoca da riviste filoborboniche, come «La civiltà cattolica», non sono interessati ad un serio e pacato dibattito scientifico sulla storia. Anzi, essi tendono sempre a screditare e denigrare gli storici e gli accademici, ma questo non vuol dire, rimarca Mammone, che «l’accademia non debba confrontarsi con questo revisionismo e con gli abusi della storia portati avanti dai nostalgici dei Borbone».


Se, come evidenzia lo stesso Mammone citando Francesco Barbagallo, «finora gli storici di professione, dall’alto delle cattedre universitarie, non hanno ritenuto per lo più replicare alle falsità diffuse dai propagandisti neoborbonici e neosudisti», nell’attuale situazione, «in un tempo e in una politica dominata da fake news, i falsi vanno denunciati e contrastati, perché rischiano di diventare la piattaforma politico-culturale di movimenti che aspirano al governo del Paese». Difatti, le narrazioni neoborboniche sono state «frettolosamente supportate» anche da istituzioni e politici locali, da regioni meridionali e da parlamentari bipartizan, così come viene ampiamente dimostrato nel libro, che ha in fondo anche lo scopo di mettere in guardia dall’uso strumentale della storia.


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