Complottismo all'italiana e classe dirigente senza bussola

Felice Massimo De Falco • 23 settembre 2024

Che fare? E' il refrain leniniano ultradecennale che ci domandiamo ogni volta. Riaprire le casematte del potere e della competenza: i partiti politici e farli funzionare come tali, ossia palestre di formazione civile e politica in cui, con un filo di democraticità, si svolga un sano challenge tra chi è il migliore della classe. Selezione, merito, competitività, fornace di carisma e machiavellismo. Non più uno spogliatoio per mannequins col gallone di onorevoli.

L'assedio politico-mediatico inferto a Berlusconi, specie per colpe proprie, non è paragonabile a nessun'altro. Giorgia Meloni, l'aliena al comando, sta parando, alla stregua del Cavaliere di Arcore, ogni soprassalto politico-mediatico-giudiziario provieniente da trame più o meno oscure, dedite dai salotti a disarcionare il potere cristallizzato dal voto popolare. In fondo, non è nemmeno complotto, ma usanza italica. Un diversivo alla conta dei numeri.


Come fosse un'allergia pruriginosa ingoiare il verdetto delle urne. Certo, chi governa sbaglia ed ogni errore è enfatizzato da chi avrebbe fatto diversamente. E' il gioco delle parti che resta nell'alveo democratico se non esasperato e spostato su piani di guerra indicibili. Molto spesso il potere viene sostituito dal potere secondo meccanismi che possono essere sussurrati solo alle orecchie. La verità vera non finisce quasi mai sui giornali o nei libri di storia se non quando il deposto è spirato.


Sicuramente l'Italia, dal post-prima Repubblica in poi, ha ereditato una classe politica davvero grama di personalità competenti. Tutto è marketing del consenso sull'altare del bene pubblico. La politica era riflesso dello stato di salute di ogni anfratto della società. Ora è il contrario: la società, liquefatte nell'anarchia, detta i tempi della politica. Avevamo Berlusconi ma non c'erano berlusconiani, solo berluscones quando buttava bene. C'era Renzi, non c'erano renziani. C'è Meloni, non ci sono meloniani. E la solitudine al comando, alla lunga, è fragile. Peggio, lascia macerie.


Le opposizioni non esistono più ormai. Campano di rendita, come le squadre di calcio che giocano sugli errori degli avversari. Non hanno una loro idea di gioco. Abbattere il nemico, in nome di uno storytelling farlocco (in questo caso l’anti-fascismo), è l'unico schema di gioco senza quadrature programmatiche serie e convincenti. Leggasi campo largo. E così tutto è affidato ad una seccante e lacerante battaglia campale tra sanculotti ed ugonotti a colpi di comunicati stampa, veline e pochade.


Che fare? E' il refrain leniniano ultradecennale che ci domandiamo ogni volta. Riaprire le casematte del potere e della competenza: i partiti politici e farli funzionare come tali, ossia palestre di formazione civile e politica in cui, con un filo di democraticità, si svolga un sano challenge tra chi è il migliore della classe. Selezione, merito, competitività, fornace di carisma e machiavellismo. Non più uno spogliatoio per mannequins col gallone di onorevoli.


La politica si respira, si osserva, si acchiappa, non si legge nei manuali propinati da scuole di di politica che sorgono per corsisti Cepu. La Politica come "sangue e merda", diceva quel socialista realista di Rino Formica. Ma è solo nostalgia.


Direbbe Ennio Flaiano: "Ci salveranno le vecchie zie"

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